Venezia 73. The Light between Oceans

Tom (Michael Fassbender) è un reduce della Grande Guerra, non ha nessuno, è disilluso e apatico a causa delle sue sofferenze passate. Diventa così il solitario guardiano del faro dell’isola di Janus, la cui luce è simbolo di speranza e guida per chi si smarrisce tra i due grandi oceani. Durante i suoi brevi soggiorni sul continente ha modo di frequentare Isabel (Alicia Vikander), a cui la guerra ha portato via due fratelli ma che al contrario di Tom conserva una contagiosa voglia di vivere. L’amore di Isabel risveglia quella parte di Tom che lui stesso credeva ormai defunta e Janus, la solitaria isola che ospita la coppia di novelli sposi, diventa il terreno su cui iniziare la loro vita insieme. Con il tempo però il desiderio di una famiglia e la tragica perdita di due feti ancora nel grembo materno, metteranno a dura prova Isabel, che inizierà lentamente a spegnersi. Quando un giorno i due trovano sulla spiaggia una barca a remi con all’interno un giovane uomo privo di vita e una neonata piangente, un nuovo raggio di speranza colpisce Isabel, che convince il marito a tacere sull’accaduto e a tenere la bambina per crescerla spacciandola per loro. Per quanto reticente il marito non vuole spegnere la rinnovata di felicità di Isabel e, anche se in preda ai dubbi, alla fine acconsente. Certe verità però, non si possono celare per sempre e all’orizzonte si profilava la tragedia.
The Light between Ocens è un film che parla di speranza e di perdono, della capacità non tanto di fare la scelta giusta, quanto di riuscire ad affrontare le conseguenze delle decisioni prese. I protagonosti sono in perfetta armonia con il paesaggio che li circonda: lei solare ed energica come la sua famiglia e la casa che condividono, lui riflessivo e tormentato come la scogliera di Janus, lambita da un mare burrascoso e spumeggiante. Il regista Derek Cianfrance racconta una storia dove non ci sono buoni e cattivi, ma solo persone, che spinte dalle emozioni e dai sentimenti compiono delle scelte destinate inevitabilmente ad influenzare non solo la propria vita ma anche quella di chi amano, in un modo non sempre logico. La regia lenta e rispettosa supporta le interpretazioni, fatte d’intensi silenzi, dei due magnetici protagonisti. Merita una menzione speciale Rachel Weiz, nel ruolo di Hannah, la madre biologica della bambina trovata. Un film che rischiava di risultare lento si rivela invece avvincente e non scontato, facendo riflettere lo spettatore su cosa significhi essere genitori e sulle ragioni che muovono le nostre scelte.

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