Spira Mirabilis

Un film difficile che nemmeno gli addetti ai lavori sanno ben giudicare. In buona compagnia con le immagini suggestive dell’ultimo viaggio nell’universo di Terrence Malick, Spira Mirabilis affronta un genere quasi sconosciuto al pubblico italiano. Il film saggio o concettuale è un genere sottovalutato, che in Italia al pubblico meno giovane dovrebbe venire in mente subito attraverso i francesi Chris Marker e Jean Luc Godard. Se qualcuno può parlare di vera e propria emarginazione di questa forma d’arte della critica, fortunatamente il cinema di Parenti e D’Anolfi riporta al centro la questione, ponendo il pensiero come elemento fondante di qualsiasi storia, con il coerente impiego dei mezzi per poterlo raccontare: le immagini. Già l’avevano reso possibile con i loro primi lavori (I promessi sposi, Grandi Speranze, Il Castello) ora invece ci riprovano allungandone la durata (120’) e aumentandone la complessità con l’intreccio narrativo senza parole, né dialoghi né voce fuori campo. La Spira Mirabilis, la spirale logaritmica del matematico Jackob Bernoulli, è un simbolo di perfezione e di infinito che si compone degli elementi primari del pianeta: il Fuoco, la Terra, l’Aria, l’Acqua e l’Etere. Ma il viaggio nel quale lo spettatore viene condotto non è un programma televisivo, ma un viaggio multisensoriale nel mondo di Shin Kubota, biologo dell’università di Kyoto, il primo ricercatore ad aver scoperto la medusa autorigenerante. Ed è proprio nei particolari visivi delle particelle, del suono e della materia complessa che il viaggio si evolve, cercando di mantenere un occhio infantile e innocente, come quello del ricercatore. E se l’immortalità è di per sé un concetto o soltanto pensiero al quale possiamo ambire, la terra, il fuoco, l’acqua, l’aria e l’etere sono gli elementi reali che ci circondano e che sono alla portata di tutti e sui quali si può, come Shin, trovare almeno questo concetto fuggevole:, dalla recitazione de L’immortale di Borges operata da Marina Vlady in una cabina di proiezione che da inizio alla pellicola, al ricordo del massacro degli indiani d’America nel 1890 (costruito con materiale d’archivio in 8mm), giungiamo nell’infinita fabbrica del Duomo (citando tra l’altro il precedente lavoro), per poi scoprire il segreto del pang e della Panart scoperto dai ricercatori Felix Rohner e Sabina Scharer.

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