Patrizia Valduga. Il segreto di un’anima

Messaggero di sant’ Antonio – 01/07/2016 – 020
PATRIZIA VALDUGA Il segreto di un’anima
«Ogni grande opera letteraria è visione del mondo (…). Chi legge i grandi autori parla meglio, pensa meglio, capisce meglio e dunque vota meglio».

a cura di Michela Manente

Originale e coraggiosa, quella di Valduga è una poesia di ardenti passioni e delicati affetti. Le sue opere sono un’espressione di libertà con un’alta densità di coraggio.Le sue conferenze sulla grande poesia italiana, sulla letteratura mondiale del presente e del passato, sulle caratteristiche di una buona traduzione sono apprezzate in Italia e all’estero. Attenta osservatrice delle sorti dell’italiano come lingua di comunicazione, nel manuale Italiani, imparate l’italiano! ci ricorda che una nazione si fa innanzitutto con la sua lingua e la sua cultura. È Patrizia Valduga, studiosa, traduttrice e poetessa veneta, ma milanese d’adozione. A Giovanni Raboni affidiamo il compito di presentarla attraverso i suoi versi: «Adoro i tuoi straccetti / neri, i tuoi veli, ! il sogno / che li ha sognati, il semplice / gesto con cui li togli» (da Canzonette mortali, Crocetti, 1986).
Msa. Lei ha un merito davvero grande: aver fondato la rivista specialistica Poesia che ha diretto per un anno, nel 1988. Ci può spiegare meglio i meriti di quell’iniziativa?
Valduga. Tocca a me dirli? Mi imbarazza un poco. L’unico merito che potrei riconoscermi è quello di aver fatto uscire Clemente Rebora dalla sacrestia dove l’aveva chiuso Contini e l’avevano lasciato i continiani. Ho fatto una cosa un po’ scandalistica per riuscirci: la rubrica «Plagi», mettendo a confronto la prima raccolta di Rebora e la prima racco! lta di Montale. Ha avuto un grande effetto, e Rebora è stato! < span class="Fid_6"> pubblicato quello stesso anno da Garzanti (prima era nelle edizioni quasi clandestine di Vanni Scheiwiller).
La sua città prediletta è Venezia, luogo dei suoi studi e della sua giovinezza. Quando ci ritorna che pensieri le sovvengono?
«Quella era l’epoca del mio splendore: / vivevo giorni vividi e sereni, / vivevo notti di trecento ore…» , ho scritto questo. Ma non è mica vero: mai avuto un anno – che dico? – un giorno di splendore; e sono sempre andata a letto abbastanza presto. Venezia è diventata la «città prediletta» dopo, quando incontravo clandestinamente Raboni.
In più occasioni non ha fatto mistero degli autori a lei più graditi: Giovanni Prati, Mallarmé, Donne, Tommaseo, Yeats e, per giungere al Novecento, Clemente Rebora, ! Andrea Zanzotto. C’è qualche nome importante che abbiamo dimenticato? Per la verità Mallarmé non è tra i miei prediletti, anche se l’ho tradotto: è un poeta che ammiro, ma non amo. Mancano Porta, Belli, Pascoli e Raboni, se parliamo degli ultimi due secoli.
I suoi versi sono frutto di una perizia metrico-formale evidente, con un recupero dei modi formali della tradizione metrica (sonetto, ottava, terzine dantesche, distici a rima baciata, quartine, stanze di ballata, sirventese, laudi). È una ricerca sulla tradizione che ha fatto tesoro del suo orecchio attento alla metrica tradizionale o un modo per dare libero sfogo all’inconscio?
Uso la forma chiusa perché non so usare la forma aperta, for! se proprio perché non ho orecchio: un vero poeta ha i suoi ri! tmi, i s uoi «fantasmi sonori», come diceva Raboni. Io non li ho; anche per questo mi considero un piccolo epigono ma una grandissima traduttrice, non faccio la falsa modesta. E quello che dice sull’inconscio mi interessa molto. L’inconscio è un tipo di logica che usiamo quando sogniamo, o quando diventiamo pazzi; e che usiamo anche – di tanto in tanto, e senza esserne consapevoli – quando scriviamo. Francis Bacon (non il pittore, il filosofo: Francesco Bacone) ha dato questa definizione della poesia: «La fa- coltà di fare matrimoni e divorzi illegali tra le cose». Non è bellissima? Quello che per la logica tradizionale è «illegale », non lo è per la logica dell’inconscio.
Che cosa ha imparato da questa sua attività di traduzione, e che cosa significa per lei tradurre? Possiamo dire che tradurre sia un po’ tradire?
Per me tradurre è bellissimo: si esce da sé e si entra nella testa di un altro, si pensano i suoi pensieri e si dimenticano i propri. Che sollievo, che pace per una povera nevrotica come me. E poi, tradurre i grandi è come stare assieme a loro, sentirli vicini. Quando traducevo Shakespeare, in certi momenti mi sembrava che fosse seduto accanto a me, e che mi sorridesse. No, tradurre non è tradire: si commettono delle piccole infedeltà, certo, ma per essere ancora più fedeli. E, poiché la fedeltà alla forma – dell’espressione e del contenuto – è l’unica forma di fedeltà, i versi vanno tradotti con dei versi, e non si può tradurre a tempo perso, quando si è stanchi di scrivere in proprio. Bisogna essere nello stato d’animo con cui si scrive, bisogna avere, come direbbe Leopardi, «l’animo in entusiasmo ».
Spesso e in differenti occasioni ha citato questa frase di Walter Benjamin: «Il valore politico di un’opera letteraria è il suo valore letterario». Sì. Ogni grande opera letteraria è visione del mondo e segreto di un’anima: chi legge i grandi autori parla meglio, pensa meglio, capisce meglio e dunque vota meglio. Una delle caratteristiche della sua poesia è l’aver coniugato le passioni più ardenti con gli affetti più delicati. Come ci è riuscita?
Non so rispondere. Posso solo dire che, quando mi metto a scrivere, non so cosa scriverò, non so – alla lettera – cosa ne verrà fuori.
Le sue opere si caratterizzano per un’originalità travolgente e hanno! la peculiarità di vedere inseriti i personaggi chiamandoli per nome (Patrizia, Giovanni). Per questo le sue poesie sono un’espressione di libertà con un’alta densità di coraggio. O si ama o non si ama la sua poesia. Gliel’hanno mai detto?
Temo di non meritare considerazioni così belle. Se è coraggio, è il coraggio della disperazione. Faccio la spavalda, ma sono la paura fatta carne. Vorrei soltanto essere stimata da chi stimo. Appena sono comparsa sulla scena letteraria, ero la «protetta » di Raboni; poi mi hanno appioppato l’etichetta di poetessa erotica, poi me l’hanno tolta per via di Requiem. Adesso sono la vedova in pensione. Forse si ama o si odia anche con quello che si sa o, meglio, con quello! che si crede di sapere su chi leggiamo.
Una sua quartina recita: « Vuota il tuo sacco, su’, parla, poetessa: / io fiorisco e mi sfoglio e rigermoglio / per dare la procura di me stessa / a chi non può o non vuole quel che voglio » (da Manfred, Mondadori, 2003). Qual è il ruolo di una poetessa oggi?
Nessuno, come sempre. Penso che la poesia stessa non abbia nessun ruolo, e che non debba averlo: è la passione di pochi che amano la lingua, il ritmo, la forma. La maggior parte delle persone, invece, è «visiva»: cerca occasionalmente nei versi qualcosa che possa essergli utile; non sa neanche che cos’è la poesia, la scambia con il «poetico».
Come le sembra il «paesaggio umano» in ques! to avvio di terzo millennio, e quali suggerimenti può dare agli uomini e alle donne per farli evolvere da quell’infantilizzazione acuta che contraddistingue la nostra società?
Penso che ci sia una ragione biologica. La vita si è allungata enormemente: quando durava in media 60 anni, la maturità arrivava a 20, adesso che dura 80, 90, 100 anni, la maturità arriva – se arriva – a quanti anni? 40? 50? Mio Dio, un mondo di vecchi che fanno gli adolescenti! Guardi me: sono decrepita e mi vesto da giovane. Oggi tutto è confuso con tutto. E nel campo della letteratura – e dell’arte e della musica – non si può più distinguere tra grande e piccolo, alto e basso. Per esempio, guai a dire che Mozart e De André sono lontani anni luce: i media non lo permettono, perché sono una fabbrica micidiale di consenso, di conformismo e di inebetimento. Non c’è che una salvezza: la cultura, ! e dunque la scuola che non può certo insegnare ad amare la gr! ande le tteratura, la grande arte, la grande musica, ma almeno può insegnare a rispettarle.
L’ultimo suo lavoro poetico, dal titolo Libro delle laudi, è dedicato al maestro e compagno della sua vita, Giovanni Raboni. È un’opera scritta di getto e di grande profondità emotiva. Ce ne può parlare? La prima parte è venuta fuori quando stava male, l’ho scritta in pochi giorni. Stavo accanto a lui e ripetevo continuamente dentro di me invocazioni, suppliche e preghiere. Per questo ho scelto la forma metrica della lauda, per quella ricorrenza fissa come un Responsorio, per il suo carattere di litania, «responsoriale » appunto. Questa forma mi ! ha permesso di dire i momenti più dolorosi e terribili. La seconda parte l’ho scritta sei anni dopo, in tre giorni. Ma purtroppo il mio laudario raboniano, con me unica celebrante e unica fedele, mi pare che non sia stato capito da nessuno. L’unico che avrebbe potuto capirlo è Raboni, perché la sua sapienza critica sapeva vedere non solo quello che un autore aveva fatto, ma anche quello che avrebbe potuto o voluto fare. Sono dodici anni che mi manca, e mi manca così tanto che non mi resta più niente da vivere. ■

Lascia un Commento

Animated Social Media Icons by Acurax Responsive Web Designing Company
Visit Us On TwitterVisit Us On Facebook