Le ragioni politiche di un insulto. A Venezia l’impegnato cinema libanese

*The Insult*, del regista libanese Ziad Doueiri, in concorso per il Leone d’oro, conquista per la trama politica incentrata sul problema dei rifugiati. Una grondaia che perde acqua finisce per portare in tribunale un libanese cristiano e un palestinese rifugiato a Beirut. A processo i Montecchi e i Capuleti che si affrontano diventano da una parte i profughi palestinesi in fuga da Israele prima e dalla Giordania poi, dall’altra i cristiani maroniti che si sentono invasi e prevaricati dai vicini musulmani. Guerra di religione e culture nonostante la lontana nel tempo cessazione delle ostilità. Il film diventa il contenitore di una riflessione maggiore, proponendo un approfondimento morale sul significato della sofferenza, la necessità della sua condivisione e sull’essenza del perdono, reso spesso impraticabile dall’umiliazione di chi è stato vittima (anche se, in molte occasioni, è affatto chiaro chi lo sia). Un pacifismo militante, come prassi e non retorica, che demolisce la logica degli schieramenti e dei fanatismi che dividono le fazioni per immergersi nell’umanità comune agli individui, in grado di riappacificarsi anche senza l’ausilio di un giudice. La regia è il montaggio sono articolati, tra flashback e ritorni, ritmo avvincente e ricco di colpi di scena, specialmente nelle nove scene in tribunale. Gli attori, al meglio dei ruoli di un film compiutamente corale, sono tutti protagonisti; di rara efficacia narrativa. Da segnalare in particolare i ruoli femminili in grado di pacificare le situazioni tese.

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