LA FALSA CARTA D’IDENTITA’

LA FALSA CARTA D’IDENTITA’ di Michela Manente

Come dice Pirandello, non siamo chi siamo ma siamo ciò che c’è scritto sul nostro documento d’identità. Mi trovavo molti anni fa in un valico di frontiera tra Inghilterra e Francia nell’Europa pre Schenghen. La polizia di frontiera mi chiese il documento d’identità e io consegnai la mia carta d’identità perfettamente in regola. “No – rimarcò l’agente – tu dois venir avec moi”. Scesi dal pullman e lo seguii al commissariato. Io non parlavo francese e lui e i suoi colleghi male l’inglese. Così dopo molte ore mi venne spiegato l’inghippo. Credevano che la mia carta d’identità fosse falsa. Infatti i loro terminali registravano due stessi documenti con il medesimo numero. Quindi la mia carta poteva essere stata falsificata. In preda al panico e temendo di non riuscire più a raggiungere Parigi dove mi attendevano degli amici, tirai fuori tutto quello che avevo: tesserino sanitario, carta universitaria, altre tessere che riportavano il mio nome e cognome. Non potevo aver falsificato anche la tessera del supermercato! I poliziotti allora si convinsero che la falsaria non ero io e riuscii anche a sapere i dati impressi sull’altro documento tarocco: maschio, meridionale, di mezza età. Una volta giunta in Francia contattati anche l’ambasciata italiana che mi consigliò di rifarmi il documento una volta tornata in Italia. Ma in tanti anni di viaggi e spostamenti la sfortuna non mi abbandonò a Parigi. Due anni fa stavo volando verso la Cina. In aereo mi consegnarono il modulo di immigrazione da consegnare compilato una volta atterrata. Al controllo l’addetto cinese mi chiese la mia data di nascita e io ripetei quella che avevo scritto sul foglio d’immigrazione. “No – mi disse – your are born on the 16th June 19**”. Lì per lì non seppi cosa dire perché io sono nata sì il giorno 16 dell’anno 19** ma nel mese di maggio. Subito guardai il mio passaporto e notati che la data di nascita riportata era errata. Allora confermai il 16 giugno 1976. L’addetto forse ritenne che fossi stanca per via del lungo viaggio e mi lasciò andare. Una volta in Italia mi presentai all’ufficio passaporto in Questura dove mi venne spiegato che era necessario rifare il documento. Il tutto ovviamente ancora una volta a mio carico…

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