I padri fondatori del giornalismo veneto

Una caratteristica accomuna le 19 immagini in bianco e nero incorniciate e appese nella sala del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto intitolata a Guido Gonella (1905-1982), primo presidente dell’Ordine nazionale: sono i maestri del giornalismo veneto del XIX e XX secolo, i cronisti che hanno regalato ai posteri una fotografia a tutto tondo della nostra regione e non solo, ma aggiungendo anche quanto le loro acute penne hanno potuto lasciarci, sul piano professionale, artistico e umano.
I 19 grandi della nostra storia veneta (in ordine di scomparsa Ferruccio Macola, Giuseppe Corazzin, Gianpietro Talamini, Attilio Borgatti, Gino Piva, Alfredo Melli, Renato Simoni, Arnaldo Fraccaroli, Gino Damerini, Berto Barbarani, Cesco Tomaselli, E. Ferdinando Palmieri, Pino Bellinetti, Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Guido Piovene, Renato Ghiotto, Goffredo Parise, Giorgio Lago) provengono dai sette capoluoghi di provincia, con una piccola punta di eccellenza per Vicenza con quattro natali.
Dando una generale inquadratura alle vite di coloro che hanno reso prezioso e continuano a rendere inconfondibile il giornalismo veneto, si nota come l’eclettismo sia il trait d’union che li unisce, essendo molti di loro affermati scrittori, romanzieri, poeti e sceneggiatori di fama non solo locale, oltre che giornalisti e inviati che hanno raccontato i principali avvenimenti storici e socio-culturali dell’800 e del ’900. Molti dei paesi veneti, spesso località di provincia, che hanno dato i natali a tali illustri personalità, non si sono dimenticati dei celebri conterranei, dedicando loro monumenti, istituzioni e premi e, talvolta, intitolando loro strade e scuole.

Ferruccio Macola
Nato a Camposampiero (Padova) il 17 maggio 1861, figlio di un conte, ebbe un passato nella marina militare e un temperamento battagliero con la penna e con la spada. Nel 1886 fondò a Genova “Il Secolo XIX”. L’anno seguente fu inviato in Africa, ma tornò presto nel capoluogo ligure, riprendendo le redini del quotidiano, finché nel settembre dell’anno successivo vendette a Pietro Mosetig la propria quota del “Secolo XIX” e si trasferì a Venezia. Qui nel 1889 acquistò, divenendone anche direttore, “La Gazzetta di Venezia”. Fino a quell’anno la “Gazzetta” usciva il pomeriggio: Macola ne fece un quotidiano del mattino e impresse nuovo vigore alla testata. Successivamente, per alcune legislature, venne eletto deputato della Destra al Parlamento italiano, finché il destino lo portò, nel 1898, a scontrarsi a duello con il deputato radicale e giornalista Felice Cavallotti: lo uccise a Roma per divergenze politiche. Travolto dalle polemiche, nel 1905 si dimise da deputato e vendette il giornale veneziano. Nel 1910 a Merate si tolse la vita con un colpo di pistola.
Giuseppe Corazzin
Nato ad Arcade (Treviso) il 4 marzo 1890, Giuseppe Antonio Maria Corazzin si è formato alla scuola dei dirigenti della Diocesi di Treviso, guidata dal vescovo Andrea Giacinto Longhin e dal monsignor Angelo Brugnoli, direttore della “Vita del Popolo” di cui fu collaboratore in seguito direttore. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, su incarico del Vescovo Ferrari andò a Milano a dirigere le Unioni cattoliche diocesane. Fino al 1920 partecipò come componente della Segreteria nazionale alla neonata Confederazione Italiana dei Lavoratori. Nel 1918 iniziò a ricostruire il mondo del lavoro cattolico attorno all’Unione del Lavoro. Alla fine del 1919 la Diocesi di Treviso poteva contare un centinaio di Leghe e Cooperative bianche. Nel 1920 fu eletto consigliere e presidente per il Partito Popolare Italiano nel consiglio della Provincia di Treviso, carica che mantenne fino al 1923. Dal 1919 al 1921 diresse il quotidiano popolare da lui fondato “Il Piave” di orientamento cattolico. Nel 1920 organizzò le masse contadine della marca trevigiana in dure lotte per ottenere l’abolizione della mezzadria e significative conquiste quali la lunga durata degli affitti ed il principio di una giusta causa nella risoluzione dei contratti. Corazzin fu tra i leader che organizzarono a Treviso nel 1921 il 1° Congresso Nazionale della Cooperazione Cristiana. Nel 1923 fondò l’“Idea”, settimanale dell’azione cattolica cristiana. Nel 1925 fu eletto nel Consiglio Nazionale dal V Congresso nazionale del Partito Popolare Italiano; in quella sede sollecitò nuove forme di opposizione al regime fascista. Morì a Treviso il 18 novembre 1925. Nel 1979 è sorta la Fondazione Corazzin, un istituto di ricerca sociale sui problemi del lavoro e della formazione, delle relazioni sindacali e su tematiche politico-istituzionali, con particolare riferimento alla realtà territoriale del Veneto.
Gianpietro Talamini
Nato a Vodo di Cadore (BL) nel 1845 è conosciuto soprattutto per aver fondato “Il Gazzettino” nel marzo del 1887, che egli diresse, oltre che esserne il proprietario, dalla fondazione sino al 1934, quando, nel capoluogo veneto, lo colse la morte. Poco più che ventenne scrisse un poema epico, intitolato “Italiade o le guerre dell’indipendenza italiana”, un ambizioso progetto che si interruppe al primo libro. L’intera esistenza di Talamini si identificò con “Il Gazzettino”, che, a sua volta, ricevette l’inconfondibile impronta del suo storico fondatore. Avviato in modo artigianale, il giornale si distinse dagli altri quotidiani veneti, tra i quali domina la vecchia “Gazzetta di Venezia”, per gli intenti giornalistici. Nuova, infatti, è la determinazione di Talamini di realizzare un giornale popolare, con molte notizie sui fatti di ogni giorno, attraverso un’organizzazione capillare di informatori dalle province venete. Il basso prezzo di vendita (2 centesimi a Venezia, 3 in terraferma) e la linea politica liberare riformista, con coloriture populistiche, completano il disegno. A lui è dedicato un rifugio ai 1560 metri di Col Botei.
Attilio Borgatti
Nato a Padova nel 1872, Attilio Borgatti è stato definito il “giornalista galantuomo e gentiluomo” de “Il Gazzettino”. Fin dal 1890 inviò a Venezia dalla Città del Santo dei resoconti soprattutto di cronaca nera e giudiziaria; l’ufficio di corrispondenza padovana (non si tratta ancora di una vera e propria redazione) fu aperta nel 1893 dallo stesso Borgatti in via Leoncino; qualche anno più tardi troverà sede in Piazza dei Signori. Si spense nel 1946.
Gino Piva
Nato a Milano il 9 aprile 1873, è figlio del generale rodigino Domenico Piva e di Carolina Cristofori passata alla storia per essere stata ninfa Egeria di Giosué Carducci. Alla primissima infanzia avevano corrisposto i frequenti trasferimenti del padre. Poi la famiglia approdò a Rovigo, dove Piva frequentò le scuole fino al liceo ma nel 1890, in concomitanza con il trasferimento a Padova, lasciò gli studi per abbracciare la carriera militare, interrotta dopo un anno in coincidenza con la scoperta della politica e del socialismo. Tornò in Polesine, dove organizzò scioperi e rivolte contadine. Nel 1898 dopo una manifestazione, venne arrestato e condannato a dieci mesi di carcere. Riuscì però a raggiungere la Svizzera, da cui venne presto allontanato perché senza professione. Si recò in Francia e a Parigi visse di espedienti, finendo per rientrare in Italia e scontare a Rovigo la pena. Dopo un periodo a Milano, si diede al giornalismo e fu attivo in Romagna, nel modenese, in Piemonte, a Bologna e nella Venezia Giulia. Nel 1899, ad Adria, insieme con Nicola Badaloni e Dante Coletti, fondò il foglio socialista rodigino “La Lotta”, organo dei socialisti e delle organizzazioni economiche del Polesine. Lo stesso anno Piva tenne, assieme a Giacomo Dell’Ara, un ufficio corrispondenti dal Polesine de “Il Gazzettino”. Dal 1906 fu redattore capo de “Il Grido del popolo” di Torino, poi direttore di “Terra d’Istria” di Pola, redattore capo del “Giornaletto” di Venezia e direttore del “Giornale del mattino” di Bologna. Durante la prima guerra mondiale fu corrispondente dal fronte per “Il Resto del Carlino” al quale inviò 380 articoli e per la cui attività gli fu concessa la Croce al Merito di Guerra. Negli anni successivi cominciò il vagabondaggio da un giornale all’altro. Dal 1923 al 1935 si stabilì a Venezia e scrisse per “Il Gazzettino” e il “Nuovo Giornale”; diventò corrispondente dal Veneto per “il Giornale d’Italia”, “il Giornale di Roma”, “il Corriere Padano” di Ferrara e rimase come redattore distaccato del “Resto del Carlino”. In questi anni collaborò saltuariamente anche per diverse testate nazionali come “la Stampa”, “il Mattino di Napoli”, “il Giornale di Genova”. Nel 1931 fu nominato socio effettivo dell’Ateneo Veneto e socio corrispondente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Nel 1931 pubblicò le sue poesie sotto il titolo “Le cante d’Adese e Po”, cui farà seguito, tre anni più tardi, una nuova raccolta “Bi-ba-ri-bò”. A Rovigo ritornò dopo il 25 luglio 1943 per guidare la redazione locale de “Il Gazzettino” ma, mutato il clima politico, venne licenziato poco dopo. Non gli rimase che ritirarsi nella casa che aveva comprato a Vetrego di Mirano e che chiamerà “La Pivana”. Qui, emarginato e dimenticato, lavorando ad una “Storia proletaria del Polesine” (che però andò smarrita dopo la sua morte) si spense il 30 agosto 1946.

Alfredo Melli

Nato nel 1870 a Padova, Alfredo Melli amava la sua città. Giornalista per vocazione, era solito passeggiare la mattina per la Città del Santo, cogliendo gli aspetti più peculiari della vita cittadina e travasandoli nel “suo” “Il Veneto”, dove era entrato dopo l’esperienza a “Il Bacchiglione”, come fattorino, diventandone poi proprietario. Sin dal 1905 aveva pensato di allietare il giorno di Natale distribuendo cibo e generi di sostentamento a molti cittadini e famiglie povere. Questa iniziativa è diventata una tradizione e ogni anno il Comitato omonimo si prodiga per i meno abbienti. Morì nel 1952. Gli è stata intitolata una via.

Renato Simoni

Nato il 5 settembre 1875 a Verona, esordì come critico teatrale nella sua città natale sul quotidiano “L’Adige”. Grazie al prestigio acquisito con alcune commedie da lui scritte, successe a Giovanni Pozza come critico teatrale al “Corriere della sera”, incarico che manterrà fino alla fine della sua vita. La sua firma fu “Turno” sulle pagine del “Corriere dei piccoli” e diresse “La Tradotta”, il giornale settimanale di trincea della Terza Armata (1918-1919) con i disegni di Antonio Rubino. Dal 1951 le sue recensioni cominciarono a essere raccolte in volumi da Lucio Ridenti sotto il titolo “Trent’anni di cronaca drammatica” (il quinto volume uscirà postumo). Fu autore della rivista “Turlupineide” (1908), nonché regista di opere goldoniane che mise in scena con un’accuratezza filologica di cui non si avevano molti esempi sui palcoscenici del tempo dominati dai mattatori. Morì a Milano il 5 luglio 1952. Gli successe nell’incarico al giornale Eligio Possenti, da lui stesso designato, mentre ha lasciato in donazione al Museo della Scala la sua ricca biblioteca teatrale.

Arnaldo Fraccaroli (Fraccarollo)

Nato il 26 aprile 1882 a Villa Bartolomea (VR), dopo la grande rotta dell’Adige, seguita, nel 1886, da un’epidemia di colera, la famiglia si era trasferita a Lonigo, nel Vicentino. Ancora studente del Ginnasio, cominciò a scrivere per il teatro. Nel 1895 fondò il giornaletto umoristico “La Freccia” e nel 1900 il giornale “Bobò”. Nel 1901 un amico del padre lo assunse a “La Provincia di Vicenza”, l’anno dopo passò a Padova al “Veneto” e qui nel 1905 fu redattore e poi redattore capo a “La Provincia di Padova”, incominciando a firmarsi “Fraka”. Quindi si trasferì a Venezia, inizialmente come segretario di Pasquale Zeni, impresario della Fenice, ben presto come redattore de “Il Gazzettino”. Si nominò, e improvvisò, corrispondente per “L’Arena”: “articolini”, come ricorderà lui stesso, che il giornale regolarmente gli pubblicava, finché dalla redazione gli venne l’invito a farsi conoscere di persona. Lo accolse Renato Simoni, allora redattore e critico teatrale a “L’Arena” e questo fu l’inizio d’una profonda amicizia. Sarà Simoni, nel 1909, a segnalarlo a Luigi Alberini, direttore del principale quotidiano milanese dove Fraccaroli entrò per non allontanarsene più e trasferendosi con la madre a Milano. Da semplice cronista divenne inviato speciale, corrispondente di guerra, testimone e narratore. Fu tra i primi a sbarcare a Trieste libera, il 3 novembre 1918, dal cacciatorpediniere “Audace”. Fu uno dei primi giornalisti europei a visitare, nel ’27, Hollywood. Dal 1925 al 1926 diresse la rivista “Fantasie d’Italia”. Negli anni del fascismo rimase al “Corriere”, da cui si allontanò solo negli ultimi mesi di guerra. Nel secondo dopoguerra continuò a collaborare alla terza pagina e dal 1950 al 1956 tenne la rubrica “Confidenze” con i lettori sulla “Domenica del Corriere”, che diresse anche per qualche anno. Scrisse sedici libri di viaggi, ventitré fra romanzi e raccolte di novelle, dodici biografie, nove volumi di corrispondenze dai fronti di guerra, ventotto lavori teatrali. Fu amico di Giacomo Puccini e autore di quattro volumi dedicati al compositore lucchese. Fu collaboratore del settimanale umoristico “Guerin Meschino”, fu collaboratore del giornale di trincea “La tradotta” e contribuì a dare vita, a Padova, a un settimanale, “Il Coso”, spiritoso, frizzante, goliardico che chiuse dopo undici mesi per mancanza di fondi. Non a caso i giornalisti lombardi lo designarono presidente del loro Circolo della Stampa, quando nel 1952 la carica rimase vacante per la morte di Simoni. Morì a Milano al termine di una lunga malattia il 16 giugno 1956. Villa Bartolomea gli ha dedicato la Biblioteca civica e una lapide.
Gino Damerini
Nato il 10 luglio 1881 a Venezia, Damerini fu una nota personalità della città lagunare. Combattente della grande guerra, fu promosso maggiore per meriti speciali. Letterato, drammaturgo e critico teatrale (scoprì tra i primi Francesco Guardi), fu, nel secondo dopoguerra, collaboratore de “Il Gazzettino”. Dopo Ferruccio Macola, Antonio Santalena, Luciano Bolla e Mario Pascolao, a partire dal settembre del 1922 fu direttore de “La Gazzetta di Venezia”. La sua vocazione di scrittore si risolse nell’impegno di storico della vita veneziana, in particolare della vita del Settecento. A ottant’anni ritornò critico teatrale per “Il Gazzettino “ e il “Dramma”. Morì ad Asolo il 3 giugno 1967.

Berto Barbarani

Nato il 3 dicembre 1872 a Verona, Umberto Tiberio Barbarani è stato un poeta italiano e un importante poeta dialettale veronese. Finiti gli studi liceali ma interrotti quelli di giurisprudenza, grazie a Renato Simoni (che gli fece anche da precettore privato), venne assunto nel 1895 al quotidiano democratico “L’Adige” di Verona dove conobbe il pittore Angelo Dall’Oca Bianca; fu proprio il suo redattore capo Antonio Libretti a curare, anche finanziariamente, l’edizione della sua prima raccolta in versi. Nel 1902 venne assunto da “Il Gazzettino” di Verona collaborando fin al 1932 e corrispondendo con giornali e riviste regionali e nazionali. Morì il 27 gennaio 1945. Nel 2004 in piazza Erbe a Verona è stata posta in suo memoria una statua bronzea. E’ attiva la Fondazione a lui dedicata: un istituto per l’educazione e l’istruzione professionale.

Cesco Tomaselli

Nato il 14 gennaio 1893 a Venezia, Francesco Ugo Tomaselli è stato uno degli inviati storici del “Corriere della Sera”. Al sopraggiungere della Grande Guerra, il giovane Cesco (questo il diminutivo con cui si farà sempre chiamare) si arruolò nel Battaglione Vicenza e conclusosi il conflitto bellico poté termine gli studi letterari. Dopo una prima esperienza a “Il Gazzettino” di Venezia (1921-1925) e a “Il Secolo” di Milano, ha lavorato per quasi quarant’anni presso il quotidiano di via Solferino seguendo da vicino i principali avvenimenti storici e socio-culturali del Novecento e conquistando fama di cronista delle imprese avventurose, come le spedizioni in dirigibile di Umberto Nobile. Rilevante anche la sua produzione editoriale che spazia dai libri di “reportage”, alle biografie, dai saggi alle traduzioni. Di ritorno dai suoi lunghi viaggi, Tomaselli amava passare i pochi giorni di riposo a Cortina e Zermatt, ove poteva coltivare la sua passione per l’alpinismo, nonché a Borgoricco (PD) paese, questo, in cui la moglie Anna Maria (Anita) Bressanin possedeva una villa di campagna. Morì improvvisamente a Milano il 12 novembre 1963. Da qualche anno il Comune di Borgoricco ha intrapreso varie iniziative finalizzate alla riscoperta e valorizzazione della figura e dell’opera di Cesco Tomaselli. Con l’istituzione del Centro Studi omonimo e l’avvio del Concorso giornalistico nazionale a lui dedicato si sono voluti porre due importanti punti di riferimento per proseguire su un percorso iniziato con l’inventariazione dei volumi della biblioteca del giornalista e del suo archivio personale, donati dalla moglie.
Eugenio Ferdinando Palmieri
Nato il 14 luglio 1904 a Vicenza, trascorse a Rovigo l’adolescenza e la giovinezza. Palmieri fu autore teatrale, critico drammatico e poeta; figura di primo piano nella cultura veneta del XX secolo e di grande indipendenza, per le sue posizioni pagò sempre di persona: durante il fascismo si inimicò D’Amico e la critica di regime proprio per il suo sostegno al dialetto; dopo la guerra ebbe contro l’entourage di Grassi e del Piccolo Teatro di Milano per i propri trascorsi “fascisti” e per avere difeso figure perseguitate come Guareschi (questa inimicizia gli costò il posto più ambito, quello di successore del veronese Simoni alla critica drammatica del “Corriere della Sera”); attaccato da destra e da sinistra, non arretrò mai nella difesa delle culture e delle esperienze minoritarie. Dopo essere stato redattore di alcuni periodici rodigini come “Il Corriere del Polesine”, “La Voce del Mattino” e “Parva Favilla”, passò nel 1928 al “Resto di Carlino”, dapprima come cronista tuttofare e poi, nel 1930, come critico drammatico al posto di Antonio Cervi e in seguito anche come critico cinematografico. Trasferitosi a Milano nel 1944 si occupò di cinema e di teatro. Dopo momenti difficili, divenne critico teatrale dapprima di “Milano sera” e poi, dal 1952 de “La Notte” dove rimase fino ai 1964, collaborando anche con il settimanale “Epoca”, “Sipario”, “Il Tempo”. Nel 1965 interruppe l’attività di critico militante e ritornò a Bologna per dedicarsi agli studi e per redigere una bibliografia ragionata del teatro in dialetto, che tuttavia non riuscì a portare a termine. Fu il teorico e il primo storico del Grande Teatro Veneto, cioè di quella concezione allargata e antropologica del teatro veneto che estendeva l’idea dal teatro in dialetto, a tutta la letteratura precedente, da Ruzante a Goldoni, da Giustinian alla Commedia dell’Arte, in chiave interregionale. Per la Rai curò una serie di trasmissioni dedicate alla Commedia dell’arte, a Goldoni e al teatro veneto. Come autore teatrale, compose sedici commedie, quasi tutte in vernacolo, rappresentate dalle compagnie venete più importanti, da Baseggio a Micheluzzi e tra le quali si segnala la commedia “Quando al paese mezogiorno sona” riproposta di recente nei teatri veneti. Come poeta ottenne il premio Viareggio ed è riconosciuto come uno dei poeti dialettali più innovatori dal punto di vista linguistico (apprezzato da Pasolini e incluso nella sua antologia). Morì a Bologna il 26 novembre 1968.
Pino Bellinetti
Nato a Rovigo nel 1895 contribuì ad elevare la voce del Polesine a livello nazionale, con echi anche oltre i confini. Uomo di cultura, fu tra i fondatori nel 1927 e collaborò alla rivista l’“Abbazia degli Illusi”, che chiuse dopo un biennio per difficoltà finanziarie. Nel periodico, a cui collaborava anche Gino Piva, tenne una vivace rubrica il cui titolo era un programma: “La specola politica”. All’epoca è stato tra i promotori della nascita del partito fascista in Polesine, seguito dalla nomina a direttore della “Voce del Mattino”, quotidiano politicamente schierato che però, in virtù dell’anticonformismo del suo direttore, non mancò in più occasioni di dar voce anche al dissenso. Della “Voce del Mattino” Bellinetti aveva fatto una famiglia e alla sera la redazione era trasformata in salotto politico-letterario, dove convenivano tutti gli amici e i professori delle varie scuole, i quali sul giornale potevano trattare ogni argomento. Si spense nel 1969.
Giovanni Comisso
Nato il 3 ottobre 1895 a Treviso, dopo aver completato gli studi classici e laureatosi in legge all’università di Siena, partecipò volontario alla prima guerra mondiale. Concluso il conflitto, ritenendo che i nuovi assetti geopolitici fossero stati formulati con accordi di vertice, senza consenso popolare, partecipò il 12 settembre 1919 all’impresa di Fiume a fianco di D’Annunzio. Riprese poi la sua attività di avvocato ma attratto da esperienze sempre diverse: è libraio a Milano, commerciante d’arte a Parigi. Ebbe nella sua vita avventurosa un lungo sodalizio con il pittore De Pisis e con lo scultore Arturo Martini. Comisso collaborò alle riviste “Solaria”, “L’Italiano” e al settimanale “Il Mondo”. Grazie ad una buona propensione di sintesi descrittiva nello scrivere romanzi, diventa corrispondente e inviato speciale della “Gazzetta del Popolo” e poi del “Corriere della Sera”. Nel dopoguerra approdò anche a “Il Gazzettino” e vi scrisse fino al 1969. Viaggiò molto in Europa e in Oriente, scrivendo interessanti resoconti: “Cina-Giappone” (1932), “L’italiano errante per l’Italia” (1937) che poi nella stesura finale diventa “La favorita” (1945). Come autore di romanzi ha raggiunto i suoi risultati più perfetti nelle prose di memoria, vincendo prestigiosi premi. Morì il 21 gennaio 1969.
Dino Buzzati
Nato il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino (BL), è terzo dei quattro figli di un famoso giurista di famiglia bellunese e di una discendente di una famiglia dogale di Venezia (i Badoer). La famiglia Buzzati trascorreva le estati nella villa a Belluno e l’inverno a Milano, dove il padre lavorava alla neonata università Luigi Bocconi, dividendosi tra questa e l’insegnamento alla più antica università di Pavia. Frequentò il rinomato liceo Parini dove conobbe Arturo Brambilla, che in seguito diventerà il suo migliore amico. Nel 1928, poco prima di terminare gli studi universitari forensi, entrò come praticante al “Corriere della Sera” del quale diverrà redattore e inviato. Nel 1931 iniziò la collaborazione al settimanale “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore e disegnatore. Nel 1933 uscì il suo primo romanzo, “Bàrnabo delle montagne”, al quale seguì dopo due anni “Il segreto del Bosco Vecchio”. Fra il 1935 e il 1936 si occupò del supplemento mensile “La Lettura”. È del 1939 il suo più grande successo “Il deserto dei Tartari”, che verrà edito l’anno seguente e dal quale nel 1976 Valerio Zurlini trasse il film omonimo. In quegli anni Buzzati cominciava a dedicarsi ai suoi fortunati racconti brevi, talvolta pubblicati anche sulle pagine del “Corriere”. Una scelta di suoi articoli trova spazio nella raccolta “Cronache terrestri”. Accanto all’attività di scrittore e giornalista, Buzzati si è dedicato alla pittura e al teatro come sceneggiatore, collaborando anche con Federico Fellini. Nel gennaio 1957 sostituì temporaneamente Leonardo Borgese come critico d’arte del “Corriere della Sera”. Lavorò anche per la “Domenica del Corriere”, occupandosi soprattutto dei titoli e delle didascalie. Morì di tumore al pancreas il 28 gennaio 1972 a Milano. A Buzzati sono stati dedicati il sentiero che collega Valmorel al comune di Limana (BL) e un sentiero che porta alla cima del monte Cimerlo nel Gruppo delle Pale di San Martino (TN), oltre che la scuola per praticanti dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto.
Guido Piovene
Nato il 27 luglio del 1907 a Vicenza, appartenente ad una nobile famiglia, conseguì la laurea in filosofia all’Università degli studi di Milano. Si avviò alla carriera giornalistica da subito, ricoprendo il ruolo di inviato dalla Germania fin dalla sua prima assunzione per il quotidiano “L’Ambrosiano”. Passò successivamente al “Corriere della sera”, per cui lavorò come corrispondente estero da Londra e Parigi ma anche dalla Polonia, la Bulgaria e gli Stati Uniti: presso la testata lombarda conobbe Dino Buzzati, Orio Vergani e Indro Montanelli. Collaborò più avanti con “La Stampa”, prima con corrispondenze dagli Stati Uniti, poi dall’unione Sovietica. Nel 1931 pubblicò i suoi primi racconti nel volume “La vedova allegra” ma ci vollero poi dieci anni perché Piovene desse alle stampe la sua seconda opera, “Lettera di una novizia”. In un secondo momento, la produzione di Piovene si soffermò sui reportage di viaggio, dando alla luce il “De America” nel 1953, seguito da “Viaggio in Italia” (1957), una delle sue opere più famose e “Madame France”. Ritornò alla narrativa nel 1963 con “Le furie”. Nel 1968 fu presidente della giuria della Mostra internazionale del cinema di Venezia. Il massimo conseguimento della mai dimenticata introspezione psicologica dei personaggi lo ottenne con il romanzo insignito del premio Strega del 1970 “Le stelle fredde”. Nel giugno del 1974 appoggiò Indro Montanelli nella fondazione de “Il Giornale Nuovo”. Cinque mesi dopo, il 12 novembre 1974, morì a Londra, dove si trovava come corrispondente. A Guido Piovene è intitolato un Istituto Tecnico Commerciale a Vicenza.
Renato Ghiotto
Nato il 25 giugno 1923 a Montecchio Maggiore (VI) da una famiglia della media borghesia, primo di quattro fratelli maschi, fu giornalista, scrittore e sceneggiatore. Della sua attività giornalistica, si ricorda anzitutto la sua direzione de “Il Giornale di Vicenza”, nuovo titolo della Vedetta Fascista: un incarico che egli, dopo la breve esperienza di A. Barolini, riceve dal Comitato di Liberazione Nazionale vicentino, a soli 22 anni, il 25 giugno 1945, appena rientrato dalla Svizzera ove, per la sua posizione antifascista, era riparato due anni prima, interrompendo, senza mai più riprenderli, gli studi universitari di Lettere e Filosofia a Padova. Confermato anche dalla nuova proprietà privata del quotidiano, subentrata tra maggio e luglio del 1946, lascerà la direzione, validamente gestita con ottimi collaboratori come Gigi Ghirotti e Giulio Cisco, l’1 febbraio 1950, quando gli subentrerà Osvaldo Parise. Tale precoce professionalità trova spiegazione nelle esperienze giornalistiche maturate a Padova con la direzione del quindicinale studentesco “Il Bo”, periodico della goliardia più impegnata, e soprattutto con la collaborazione, tra il 1941 e il 1943, al quotidiano padovano “Il Veneto”. Dopo una lunga parentesi in cui fu impegnato in altre attività che lo portano a Buenos Aires nel 1951-’52 e quindi, dal 1953, a Roma, Ghiotto ricoprì per alcuni mesi l’incarico di capo dell’ufficio stampa di Amintore Fanfani, allora Ministro dell’Interno e diresse per due anni il settimanale femminile “Stella”. Gli anni Settanta segnarono il suo ritorno al giornalismo come direttore, tra il 1973 e il 1974, del settimanale “Il Mondo”, anche se da questa esperienza uscì scoraggiato. Collaborò poi con “La Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Gazzettino”, “Bianco e nero” e, tra il 1979 e il 1985, anche con “L’Espresso”, soprattutto come critico cinematografico (sin da giovane era stato un appassionato cinefilo). Ghiotto merita inoltre di essere ricordato sia come autore di teatro e come sceneggiatore per cinema e televisione, sia come letterato, autore di ben quattro romanzi che riflettono le sue origini e la società di cui è stato espressione critica. E’ morto a Malo (VI) il 10 aprile 1986. Il Comune di Vicenza gli ha di recente dedicato un volume sulla sua critica cinematografica.
Goffredo Parise
Nato l’8 dicembre 1929 a Vicenza, visse col nonno materno e con la madre un’infanzia segnata da difficoltà economiche e di segregazione in casa per la sua condizione di figlio “illegittimo”. Il regime economico familiare cambiò quando la donna sposò nel 1937 Osvaldo Parise, direttore del “Giornale di Vicenza”, che qualche anno dopo diede il suo nome a Goffredo. Appena quindicenne partecipò alla resistenza e in seguito si iscrisse a vari indirizzi universitari senza mai laurearsi. La famiglia si trasferì a Venezia e proprio nella città lagunare, nel 1951, Neri Pozza pubblicò il suo primo romanzo, “Il ragazzo morto e le comete”, cui seguì, nel 1953, “La grande vacanza”. Tramite alcune conoscenze il padre adottivo lo introdusse al mondo della carta stampata. Parise incominciò a scrivere per quotidiani come l’“Alto Adige” e l’“Arena di Verona” capendo la sua vera passione: l’inclinazione a scrivere storie. Inizialmente sono resoconti critici, ironici e deformanti, di alcuni aspetti della vita di provincia; in seguito il suo interesse si spostò verso l’analisi di varie forme di alienazione. A Milano iniziò a lavorare con la casa editrice Garzanti, presso la quale pubblicò, nel 1954, “Il prete bello”. Nel 1955 Parise cominciò a lavorare per il “Corriere della Sera” e seguirono la pubblicazione di altri libri. Intanto nel 1957 aveva sposato Maria Costanza Speroni; suo testimone di nozze era stato lo scrittore Giovanni Comisso. Negli anni Sessanta, all’attività di scrittore si affiancò quella di sceneggiatore in collaborazione con Fellini. Nel 1963 il legame con la moglie si concluse con la separazione e, da questa esperienza di crisi affettiva, nacque “L’assoluto naturale”, scritto per il teatro. Intanto si intensificò l’attività di giornalista e, dai viaggi di lavoro, scaturirono i volumi “Cara Cina” (1966), “Due, tre cose sul Vietnam” (1967), “Biafra” (1968); negli anni successivi “Guerre politiche” (1976, su Vietnam, Biafra, Laos e Cile), “New York” (1977), “L’eleganza è frigida” (1982, sul Giappone). Pubblicò nel 1972 i racconti di “Sillabario n. 1” e nel 1982 uscì il “Sillabario n. 2”: nei due volumi, da alcuni considerati il suo capolavoro, l’autore dedica a ciascun sentimento un breve racconto, da cui emerge una sorta di riscoperta dei più autentici valori umani. Negli ultimi anni Parise visse soprattutto in Veneto, a Ponte di Piave nella casa di campagna oggi sede della Casa di cultura a lui intestata, secondo le sue disposizioni. Malato, morì a Treviso il 31 agosto 1986 e le sue ceneri sono seppellite nel giardino della casa a Ponte di Piave, sotto la statua che lo ritrae.
Giorgio Lago
Nato il 1 settembre 1937 a Vazzola (TV) da un segretario comunale padovano e da una madre bellunese, iniziò la carriera giornalistica a Milano come inviato speciale prima del settimanale “Supersport” e poi nel 1963 del il quotidiano“Tuttosport”. Ritornò nella regione natale nel 1968 assunto da “Il Gazzettino”, inizialmente come inviato, poi come caporedattore de “Il Gazzettino” occupandosi di sport, costume e giovani. Come inviato speciale, Lago raccontò ai lettori ben cinque Campionati del Mondo di calcio e quattro edizioni dei giochi olimpici. Il 20 giugno 1984 subentrò a Gustavo Selva alla direzione del giornale veneto, posto che conservò per dodici anni (la direzione più longeva dopo quella del fondatore Talamini), cioè fino all’8 giugno del 1996. Sono gli anni del sommovimento nordestino: Lago interpreta gli umori del popolo veneto e le ragioni della voglia di autodeterminazione. Il direttore lasciò un giornale a 140mila copie e quasi 800 mila lettori, rivendicando più d’un decennio di lavoro in libertà; in seguito divenne editorialista per i quotidiani locali del gruppo Espresso. E’ deceduto il 13 marzo 2005 a Castelfranco Veneto, dove risiedeva. Durante la malattia aveva continuato a scrivere su “La Repubblica” e sui quotidiani veneti del Gruppo Finegil.
Bibliografia
Cimone, “Una setta di giornalisti”, Milano, Istituto editoriale italiano, 1920.

“Dizionario Biografico degli Italiani”, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, Treccani.

“L’Albo dei giornalisti”, a cura del Sindacato Regionale Fascista dei Giornalisti Veneto Tridentini, VII, Venezia, 1929.

Paolo Murialdi, “Storia del giornalismo italiano”, Bologna, il Mulino, 2007.

Teodoro Rovito: “Letterati e giornalisti contemporanei, Dizionario bio-bibliografico”, Napoli, Rovito editore, 1922.

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