I 500 anni del Ghetto di Venezia

Due campi e due ponti. Ma cinque sinagoghe baroccamente ricchissime. Dei circa trecento ebrei che abitano a Venezia solo tre/quattro famiglie risiedono nel Ghetto. Quello Nuovo in realtà è la parte più antica in quanto sede dell’originaria fonderia cinquecentesca. Quando il quartiere si allargò oltre l’isola del nucleo originario, si estese al Ghetto Nuovo. Alcuni secoli fa la competizione tra le famiglie, presto diventate importanti e ricche per merito soprattutto dell’attività bancaria, ci fu la competizione per la sinagoga più bella. In realtà non si tratta di costruzioni ad hoc ma di appartamenti ai piani alti riadattati all’uso religioso. La sinagoga in effetti non è un luogo ma sede dell’azione religiosa, per cui bastano dieci uomini, per la preghiera collettiva, e il sefer torà. Accedendo da campo del Ghetto Nuovo si possono visitare a turno, oltre al museo, quattro sinagoghe: Scola Canton, la Scola Grande Tedesca, la Levantina o turca o la Ponentina o Spagnola. I pavimenti sono terrazzi alla veneziana e gli arredi richiamano i colori porpora e oro della Serenissima. I culti nel passato erano affollati e le attività commerciali fiorenti. Per volere del Senato veneziano gli ebrei fuori dal ghetto dovevano indossare un copricapo giallo e la sera l’area veniva chiusa da un cancello e nessuno potevo uscirvi. Oggi rimangono i negozi per i turisti e le panetterie che vendono i dolcetti tipici, i negozi kosher. Ma il museo richiama la storia della presenza ebraica in città (arredi, paramenti, argenti), con accenni alla Shoah e spiegazione dei simboli della più antica religione monoteista.

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